per pubblicare i vostri articoli e comunicati stampa
domenica maggio 20th 2012

A proposito di Dial. 86,1-2.4-6: le figure dell’acqua e del legno correlate al sabato soteriologico.

La presente trattazione ha per oggetto i due elementi essenziali della liturgia battesimale: la croce, che rende sacra l’acqua del battesimo, e la stessa acqua del battesimo; entrambe prefigurate da una sequenza di immagini che analizzeremo.

Queste immagini, che sono le figure del battesimo, sono correlate ancora una volta al contesto pasquale quartodecimano del “grande sabato”, giorno in cui dal costato di Cristo, appeso sulla croce, sgorgano sangue e acqua.

mm

11. Il legno e l’acqua figure del battesimo

mm

È interessante notare in Dial. 86,6 la stretta connessione che intercorre tra l’immagine del legno e dell’acqua, immagini che simbolizzano la croce e il battesimo:

Fu gettando un legno nel fiume Giordano che Eliseo tirò su il ferro dell’ascia, quando i figli dei profeti erano andati a tagliare alberi per costruire la casa in cui intendevano proclamare e meditare la legge e i precetti di Dio. Così anche noi eravamo sommersi dai pesantissimi peccati che avevamo commesso ma il nostro Cristo ci ha riscattati venendo crocifisso sul legno e purificandoci con l’acqua, sì da renderci casa di preghiera e di adorazione”.

mmGiustino fa riferimento alla citazione di 2Re 6,6 dove il profeta Eliseo fece emergere il ferro dell’ascia quando gettò un legno nel fiume Giordano per instaurare un parallelismo tipologico tra il fine di tale avvenimento e il suo compimento soteriologico. Il ferro dell’ascia, che Eliseo fece emergere quando gettò un legno nel fiume Giordano, è un’immagine volta a significare che, grazie al legno, i figli dei profeti hanno avuto tra le mani l’ascia, attraverso la quale essi poterono tagliare gli alberi per costruire una casa di preghiera, dedicata al culto, nella quale, specialmente nel giorno di sabato, gli ebrei meditavano la legge e i precetti di Dio. Parallelamente Giustino vuole mostrare a Trifone che proprio grazie al legno della croce, prefigurata dal legno che Eliseo gettò nel fiume Giordano, per mezzo della quale Cristo ci ha riscattati dai peccati, – legno che diffonde la sua forza risanatrice nell’acqua del battesimo,- i cristiani divengono essi stessi immagine vivente del nuovo tempo di salvezza (sabato soteriologico). L’associazione legno-acqua è indice in Giustino del legame che sussiste tra la croce e il battesimo: il cristiano, giustificato dalla croce di Cristo attraverso l’acqua del battesimo, si rende egli stesso casa di preghiera e di adorazione perché in lui stesso risiede il culto sabbatico, in quanto nel suo cuore rifulge la luce immortale del sabato eterno. La scure quindi ha per Giustino, in riferimento alla croce di Cristo, una funzione soteriologica e anagogica.

  • soteriologica perché la croce di Cristo ci ha liberato dai peccati e ci ha reso l’acqua pura affinché noi fossimo purificati nel battesimo dai nostri peccati, in modo tale che il cristiano perpetui nella storia questo nuovo tempo di salvezza, originatosi dalla croce di Cristo (sabato soteriologico).

  • Anagogico perché il cristiano, allontanatosi dal male non solo costruisce in se stesso la casa di preghiera per rendersi tempio vivente del culto sabbatico, ma anche perché diviene un modello esemplare per quanti vogliono mettere a frutto la loro vita battesimale, divenendo essi stessi copia vivente del culto sabbatico.

mmLa stessa simbologia del legno gettato nell’acqua si riscontra in Dial. 86,1: “Mosè, gettando un legno nelle acque di Mara, che erano amare, le rese dolci”. Giustino trae tale simbologia da Es 15,23-25, in cui viene narrato il miracolo che Mosè ha compiuto (Es 15,23-25). La pericope, citata da Giustino, era precedentemente impiegata da Filone, il quale ne dà un’interpretazione simbolico-antropologica. Secondo Filone l’uomo sapiente, cioè l’uomo che ama contemplare il Bene perfetto è colui che rende serena la sua anima perché, avendo la sapienza – simboleggiata dal legno – fa volgere il suo intelletto pieno di amarezze – simboleggiato dall’acqua – verso il Bene supremo. Questo cambiamento riguardo al temperamento dell’anima avviene nell’uomo sapiente, il quale, amando il Bene perfetto, dimentica le amarezze del passato e vive nel presente la pace interiore ovvero il sabato del cuore. In poche parole Filone vuole dirci che il Bene supremo funge da calamita per chi lo contempla, perché l’appagamento interiore dell’uomo (simboleggiato dall’acqua dolce) è frutto della natura del Bene supremo che cambia le amarezze dell’anima nella serenità interiore dell’anima nell’uomo che vuole vivere nella sua dimensione soggettiva il sabato interiore.

Più tardi Origene darà all’episodio in questione una interpretazione cristologico-battesimale. Le acque amare, simboleggianti la legge, – intesa secondo la lettera – che impone la circoncisione e l’osservanza del sabato, vengono tramutate dalla Sapienza di Cristo (simboleggiato dal legno). La vera sapienza che rende l’acqua dolce è Cristo che dà alla legge sabbatica un senso spirituale: la legge sabbatica non è un giogo da osservare alla lettera ma diviene con Cristo una testimonianza concreta della vita spirituale aperta ad onorare Dio tutti i giorni e non solo nel giorno di sabato. Il cristiano, per Origene, battezzato nello Spirito diviene testimone di una nuova legge, ossia della fede in Cristo, non più quella minuziosa, scrupolosamente attaccata alla legge, ma quella spirituale tesa alla disposizione interiore dell’uomo a Dio in Cristo, disposizione che diviene nel nuovo tempo salvifico (sabato soteriologico) testimonianza fattiva del culto sabbatico. Pertanto la concezione antropologico-simbolica di Filone riguardo all’episodio in questione è ripresa in qualche misura da Origene, sebbene in Origene questa concezione venga filtrata dalla nuova sapienza che è Cristo, il quale, permette a colui che è battezzato, di volgere la sua anima a Dio e di testimoniare nella vita di tutti i giorni e nel nuovo tempo salvifico (sabato soteriologico) questa nuova forma del culto sabbatico.

m m In 86,2 Giustino, attraverso la figura di Giacobbe, instaura un altro legame tra l’immagine del legno e l’immagine dell’acqua: “Giacobbe gettando dei legni negli abbeveratoi dell’acqua riuscì a far accoppiare le pecore dello zio materno, in modo da entrare in possesso di quelle che fossero nate”.

mmGiustino si riferisce alla citazione di Gen 30,38 per far notare a Trifone che le verghe prefiguravano la passione di Cristo, in virtù della quale chi si abbevera all’acqua della vita, che è l’acqua del battesimo, si unisce alla passione di Cristo divenendo figlio adottivo di Cristo. Pertanto per Giustino alla base di questo nuovo tempo sabbatico vi è l’amore che scaturisce, da parte del cristiano verso i suoi simili, al momento in cui la croce di Cristo rende efficace l’acqua del battesimo, – entrambe prefigurate dalle verghe e dall’acqua, grazie alle quali, si è acceso nelle bestie il desiderio del connubio e della riproduzione-. Allo stesso modo, in senso tipologico per Giustino, la croce di Cristo e l’acqua del battesimo, nella quale la croce effonde le sue virtù risanatrici, fomentano nel cristiano il senso dell’amore reciproco, amore fecondo e al contempo riproduttivo perché egli perpetua nel sabato soteriologico la eterna relazione di amore che sussisteva tra Padre e Figlio ancora prima che il mondo venisse creato.

2. L’albero piantato lungo i corsi d’acqua

mmIn 86,4 Giustino presenta a Trifone anche l’immagine dell’albero piantato lungo i corsi d’acqua: “Davide ha definito il giusto come albero piantato lungo i corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le cui foglie non cadranno mai ”.

Giustino, mediante la citazione di Sal 1,3, dichiara a Trifone, in linea con lo pseudo-Barnaba, che l’albero piantato nell’acqua che porterà frutti indica la croce e il battesimo. Chi viene battezzato nell’acqua consacrata dallo Spirito, acqua che diviene simbolo della croce di Cristo, ne esce puro sia nello spirito che nel corpo e, in quanto tale, trasmette sia con la parola che con la prassi, i relativi doni di ordine spirituale, scaturiti dal bagno di purificazione, nel nuovo tempo di salvezza (sabato soteriologico).

Con tale immagine Giustino vuole far notare a Trifone che quanti vivono in modo permanente la loro vita battesimale non perderanno le loro ricchezze di ordine sopra-sensibile, anzi queste si accresceranno a tempo opportuno. Queste ricchezze sono conseguenti ad una serena vita interiore che ha il suo perno nella relazione viva e incessante del battezzato con Dio perché egli, ricevendo dall’acqua del battesimo, resa efficace dalla croce di Cristo, il necessario nutrimento spirituale, effonde nel sabato soteriologico questi molteplici beni di ordine spirituale che sono scaturiti da un continuo ed instancabile esercizio della sua vita battesimale.

In poche parole Giustino vuole dirci che i battezzandi, ricevendo la loro linfa vitale dall’acqua del battesimo, resa pura dalla croce di Cristo, si arricchiscono di beni spirituali che, facendoli fruttificare, sono il tramite per arrivare alla contemplazione di Dio e quindi alla piena santificazione del sabato della creazione, – alla maniera dell’albero che, piantato lungo i corsi di acqua, riceve la sua alimentazione dall’acqua, e grazie a questa non solo può produrre frutti di natura diversa da ciò che lo ha alimentato, ma può accrescere le sue dimensioni di ordine materiale per addivenire al suo pieno sviluppo, segno tangibile del suo slancio verso l’eterno, per la conformazione del suo tronco verso l’alto-.

3. I 70 salici e le 12 sorgenti

mmGiustino si serve anche dell’immagine dei settanta salici e delle dodici sorgenti che il popolo trovò dopo avere attraversato il fiume Giordano: “Settanta salici e dodici sorgenti trovò il popolo dopo avere attraversato il Giordano(Dial. 86,5). Giustino si riferisce a Es 15,27 e a Nm 33,9 dove viene narrato che dopo la traversata del mar Rosso il popolo di Israele trovò settanta palme e dodici sorgenti.

mmSempre a riguardo di tali immagini è interessante notare, come sottolinea Bienaimé, in Ezechiele il Tragico il legame che intercorre tra le dodici sorgenti e l’acqua che scaturisce dalla roccia:al motivo delle dodici sorgenti di Elim s’è allegato un altro motivo, quello della roccia dalla quale sgorga acqua, in modo tale che le dodici sorgenti ormai sgorghino dalla roccia”. Un testo significativo per comprendere in Giustino il senso tipologico delle dodici sorgenti sembra essere la Dimostrazione della predicazione apostolica 46, nella quale Ireneo con l’immagine delle dodici sorgenti prefigura l’insegnamento dei dodici apostoli.

mmSoprattutto Origene, al riguardo sempre della citazione di Nm 33,9, ne precisa il senso simbolico-antropologico nonché tipologico. Ciò che conta per Origene è il viaggio che l’anima compie a partire da una situazione di peccato per approdare al riposo dell’anima ovvero al sabato interiore dove l’anima contempla le delizie spirituali tramite la guida sicura e fattiva dei 12 apostoli e dei 70 discepoli.0

raLa metafora dei settanta salici e delle dodici sorgenti dunque per Giustino sarebbe volta a significare che il popolo,-dopo essere stato battezzato nel fiume Giordano, simbolo dell’acqua di penitenza con cui Giovanni ha battezzato Gesù-, viene istruito dall’insegnamento dei settanta discepoli e dei dodici apostoli inviati da Gesù ad annunciare la buona novella e il battesimo nello Spirito come afferma esplicitamente Paolo (1Cor 6,11). Anche l’interpretazione di Ezechiele il Tragico, personaggio vissuto nel II sec. a. C., riportata da Bienaimé, ci aiuta a chiarire il senso tipologico delle immagini del salice e delle sorgenti in Giustino: l’acqua che scaturisce dalla roccia, che per Giustino viene a significare l’acqua purificatrice che sgorga da Cristo (roccia) (Dial. 86,1), è strettamente unito alle dodici fontane, cioè ai dodici apostoli che, battezzati in Cristo, diffondono nel mondo la buona novella. La roccia che per Giustino simbolizza Cristo è strettamente collegata al giorno del “grande sabato” (Gv 19,31), nel quale dal costato di Cristo (roccia) scaturirono sangue ed acqua, simboli del battesimo. Questo senso tipologico-cristologico che promana dalla croce di Cristo è significativo in relazione ai battezzandi che, purificati nell’acqua del battesimo (acqua prefigurata dal fiume Giordano) dalle sozzure del corpo e dello spirito, perpetuano nel mondo il giorno del “grande sabato” sotto la guida spirituale dei 12 apostoli e dei 70 discepoli che avevano diffuso a loro tempo nel mondo, in modo permanente e indelebile, la buona novella di Gesù risorto.

4. Il bastone e l’acqua

Giustino associa in 86,1 all’immagine dell’acqua anche l’immagine del bastone: “Fu tenendo quel bastone in mano, alla testa del popolo, che (Mosè) divise il mare“.1 Giustino si riferisce a Mosè che col bastone, come viene narrato in Es 14,16-18, fece sì che il mare si ritirasse per far passare gli israeliti che dovevano raggiungere la terra promessa (Es 14,16-18).

mmL’immagine del bastone con cui Mosè fende le acque si riscontra nell’Omelia sulla Santa Pasqua 35 dello ps. Ippolito, il quale, analogamente a Giustino, afferma che il bastone è segno della potenza divina del Verbo. Grazie al Verbo le acque si ritirarono e perdettero la loro forza distruttrice, cedendo il passo agli israeliti: “I bastoni nelle vostre mani, segni della potenza divina, sostegni della forza del Verbo, il bastone di Mosè (…) il bastone che fende gli abissi del mare (…).2

mmGiustino con questa immagine si richiama alla teologia battesimale di 1Cor 10,1-2. Come affermano Le Boulluec – Sandevoir

il passaggio del mar Rosso, tuttavia, figura soprattutto gli effetti negativi del sacramento, la liberazione dell’assoggettamento al peccato e al demonio. La traversata del Giordano, dando accesso alla terra promessa, evoca i risultati positivi del battesimo”.3

Di conseguenza per Giustino il battezzato, facendo propria la croce di Cristo, simboleggiata dal bastone, e avendo sempre il pensiero rivolto ad essa come punto di riferimento essenziale per la sua vita, ha chiara la coscienza, in forza della croce di Cristo, di operare il bene da una parte e di allontanarsi, dall’altra, da tutto ciò che fomenta una vita di peccato, divenendo per ciò stesso un esempio visibile e concreto di vita cristiana nel sabato soteriologico. La croce di Cristo quindi gli dona la forza di separare, – e quindi di dividere, riprendendo la simbologia che Giustino impiega a proposito di tale episodio,- il bene dal male in modo tale che il cristiano si renda conto che, come in forza della croce di Cristo Mosè dividendo l’acqua del mare, permise il passaggio agli israeliti; allo stesso modo in forza della croce di Cristo la perdizione insita nell’acqua del battesimo viene separata dall’acqua resa sana dalla croce di Cristo affinché il battezzato, riponendo sempre una costante fiducia nella croce di Cristo, rifugge da tutto ciò che lo distoglie dalla retta via per realizzare in sé stesso tutto ciò che che è in piena conformità alla volontà di Dio.

5. L’acqua scaturita dalla roccia

Giustino sempre in 86,1 fa seguire all’immagine del bastone con cui Mosè divise le acque del mar Rosso, l’immagine del bastone con cui Mosè fece scaturire acqua dalla roccia: Grazie al bastone vide sgorgare l’acqua dalla roccia“.4

mmGiustino riprende tale simbologia da Es 17,5-6 dove viene narrato che il popolo d’Israele fu dissetato grazie a Mosé che fece sgorgare col bastone acqua dalla roccia.

Riguardo all’immagine della roccia circolavano al tempo di Giustino nell’ambiente giudaico alcune interpretazioni. Secondo tali interpretazioni la sorgente di acqua scaturita dalla roccia per i meriti della profetessa Miriam era stata creata fin dall’inizio della creazione. Questa fonte non abbandonò mai il popolo di Israele nel deserto anzi lo accompagnò in tutti i suoi cammini.5 Giustino si richiama a Es 17,5-6 per affermare che la roccia, da cui scaturisce acqua, prefigurava l’evento della passione di Cristo, passione che egli soffrì realmente sulla croce: infatti dal suo costato uscì sangue e acqua (Gv 19,33-35). Giustino, quindi, come abbiamo visto, anticipando Ireneo e Tertulliano, si serve dell’immagine della roccia e del bastone per mostrare a Trifone, che la roccia e il bastone prefigurano Cristo (la roccia) crocifisso (il bastone), dal cui costato uscì sangue e acqua, simboli del battesimo.

nnnIl riferimento alla figura della roccia e a Mosè è significativo in Giustino. È percuotendo la roccia che Mosè fece scaturire acqua da questa. In senso simbolico-tipologico ciò sta ad indicare, per Giustino, che solo Cristo diviene la fonte, dalla quale noi ci abbeveriamo per dissetare il nostro spirito, continuamente assetato di ristoro e di riposo. A partire da tale quadro quindi per Giustino Cristo è la roccia, dal quale il cristiano disseta il proprio spirito, affaticato ed oppresso dalle angustie della vita, perché, affrancato dalle molteplici oppressioni di ordine morale, egli possa vivere sulla terra la serenità interiore, ovvero il sabato del cuore, dove il suo spirito è tranquillo perché dissetato dalla fonte di verità che è Cristo.

mm

mm 6. La figura di Giacobbe e la figura dell’arca

Sempre in 86,2 Giustino continua la connessione tra l’immagine del fiume e quella del bastone attraverso la figura di Giacobbe: Sempre Giacobbe si vanta di aver attraversato il fiume col suo bastone.6 Giustino riprende tale connessione da Genesi 32,11 “Con il mio bastone soltanto avevo passato questo Giordano (…)”. Giustino in 86,2 interpreta il passo di Gen 32,11 col metodo allegorico7 per spiegare a Trifone che, attraverso il bastone, il quale, prefigurerebbe la croce di Cristo, Giacobbe poté attraversare il fiume. Fiume che in tal modo prefigura l’acqua del battesimo perché in virtù della croce di Cristo il fiume da simbolo di perdizione diviene simbolo di salvezza.

Prima di Giustino Filone aveva impiegato il metodo allegorico in riferimento alla pericope di Gen 32,11. Infatti per Filone l’acqua è simbolo del vizio e della passione, Giacobbe è simbolo dell’intelletto e il bastone è simbolo dell’educazione, con la quale l’intelletto può passare nel bel mezzo delle impudicizie senza che queste intacchino la sua intima natura che è volta alle cose superne e alla contemplazione di Dio.8 Parallelamente Giustino vuole mostrare a Trifone che il fiume simboleggia l’acqua della perdizione, l’acqua che distrugge, nel quale Giacobbe può passarvi a guado grazie al bastone che simboleggia la croce di Cristo, perché, per i meriti della sofferenza di Cristo, l’acqua del fiume permette il passaggio a Giacobbe. Questa metafora è volta a significare per Giustino che il cristiano (come Giacobbe) nel nuovo tempo di salvezza (sabato soteriologico) è chiamato ad attraversare la realtà caduca del peccato senza esserne sconvolto da questa e tanto meno coinvolto. Egli, battezzato nell’acqua vivificante della croce di Cristo, resta illeso da tutte le forme di peccaminosità che gli si frappongono durante il suo cammino perché egli rimanga, sotto lo sguardo di tutti, tempio vivente del culto sabbatico.

mmA queste figure Giustino in 138,1 aggiunge la figura dell’arca, che è simbolo di salvezza perché in essa Noè e la sua famiglia si salvarono dal diluvio:

Sapete dunque, amici, che in Isaia Dio dice rivolto a Gerusalemme: “ai tempi del diluvio di Noè ti ho salvata” (Is 54,8-9). Quel che voleva dire il Signore è che al tempo del diluvio si manifestò il mistero della salvezza degli uomini. In occasione del diluvio, infatti, il giusto Noè con gli altri uomini, cioè la moglie, i loro tre figli e le mogli dei figli, essendo in numero di otto costituivano il simbolo dell’ottavo giorno, nel quale il nostro Cristo apparve risorto dai morti (…)”.9

mmGiustino, riferendosi al legno dell’arca, su cui Noè con i suoi galleggiò sulle acque, spiega a Trifone che il legno dell’arca prefigurava la croce di Cristo per la quale Cristo, risorgendo dai morti l’ottavo giorno, è stato costituito principio di una nuova creazione. Infatti Egli ha rigenerato il mondo attraverso l’acqua del diluvio che prefigurava senza dubbio l’acqua del battesimo:

Cristo infatti, che è il “primogenito di tutta la creazione”, è divenuto anche principio di una nuova stirpe, quella da lui rigenerata attraverso l’acqua, la fede e il legno, quella che possiede il mistero della croce, così come anche Noè fu salvato dal legno galleggiando con i suoi sulle acque. Quando dunque il profeta dice: “Al tempo di Noè ti ho salvata”, come dicevo sopra, si rivolge in pari tempo al popolo che veramente ha fede in Dio e possiede questi simboli (…)”.0

mmA tal riguardo Nocilli precisa che

Giustino accosta qui i tre termini acqua, fede, legno per spiegare il rapporto esistente tra la fede, necessaria al battesimo, l’acqua battesimale necessaria per il perdono dei peccati e il legno della croce che rende possibile la remissione battesimale dei peccati”.1

mmIl rapporto esistente tra questi tre elementi è fondamentale per la vita del cristiano: il cristiano resosi docile all’azione della grazia e servitosi dell’acqua battesimale, indispensabile per il perdono dei peccati, perdono reso possibile dal legno della croce che rende efficace l’acqua del battesimo per la remissione dei peccati, realizza nella storia e nella sua vita il culto sabbatico. Per il cristiano il culto sabbatico diviene possibile attraverso Cristo che con la sua morte sulla croce diviene il mediatore della risalita del cristiano al Padre. Nella dimensione atemporale precedente la creazione Cristo quindi è al tempo stesso anche il capostipite del culto sabbatico (sabato protologico) perché Egli ha favorito e ha reso possibile questa relazione d’amore in quanto ha adempiuto perfettamente la volontà del Padre sia in cielo come in terra.

mmAnche Tertulliano si rifà al simbolismo dell’arca quando afferma che, come l’arca prefigura la chiesa in quanto ha salvato la malvagia umanità purificata dalle acque del diluvio, così vengono purificati spiritualmente coloro che s’immergono nell’acqua del battesimo mediante l’azione dello Spirito che viene dal cielo in cui si trova la chiesa.2

mmAltrettanto importante è il testo di Origene, il quale sottolinea che l’arca costruita da Noè per salvare l’umanità dalle acque è figura della chiesa, che diviene la nuova arca di salvezza per coloro che vengono lavati nell’acqua del battesimo, nella quale ognuno raggiunge un proprio e differente progresso spirituale perché chiamati a vivere sulla terra il sabato protologico.3

mm

MM

Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 138. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 175. Mentre Giustino dichiara a Trifone che il legno è simbolo della croce, attraverso la quale il credente viene purificato nell’acqua del battesimo, al contempo non segue l’interpretazione rabbinica di 2Re 6,6. Infatti in Toseftà Sotà 4,7 il miracolo di Eliseo viene letto in collegamento con il miracolo che Mosè compì sulla riva del Nilo. Come Mosè fece riemergere la bara di Giuseppe affondata nel Nilo, così Eliseo fece riemergere l’ascia mediante il legno che era stato gettato nel fiume Giordano: “Nella riva del Nilo Giuseppe era sepolto (…). Mosè andò e si fermò sul Nilo e disse: “Giuseppe, il tempo è venuto per Dio di redimere Israele. Ascolta, Dio si è alzato in tuo favore, gli israeliti si sono alzati in tuo favore, e la nube della gloria si è alzata in tuo favore (…)”. Allora la bara di Giuseppe galleggiò in superficie e Mosè la prese e s’incamminò lungo la strada. E non è sorprendente che la cassa andò in superficie, perché guarda, la Scrittura dice: (…)(2Re 6,5-6). Ed. crit. e trad. di J. NEUSNER (a cura di), The Toseftà Third Division: Nashim, New York 1979, pp. 162-163. Giustino, per mostrare a Trifone che il legno gettato nell’acqua da Eliseo prefigurava la croce di Cristo, si avvale del metodo della comparazione: come Eliseo tirò su il ferro dell’ascia così Gesù ci ha riscattati mediante la sua croce purificandoci con l’acqua. A tal proposito Visonà in riferimento al termine bebaptismenou, impiegato da Giustino in 86,6 afferma che sull’accezione tecnica del vocabolo “prevale quella etimologica per il legame con l’episodio di Eliseo che fa riemergere un’ascia di ferro caduta nel fiume”. G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 275 n. 4. Per l’accezione tecnica del vocabolo cfr. A. HAMMAN, L’oeuvre de Justin: Apologie I et II. Dialogue avec Triphon, Paris 1958. Per l’accezione etimologica cfr. A. OEPKE, baptw, in G. FRIEDRICH – G. KITTEL, GLNT, vol. II, Brescia 1966, col. 68-86. Cfr. anche baptw, in P. CHANTRAINE, Dictionnaire étymologique de la langue grecque, vol. I, Paris 1990, col. 164. Anche Tertulliano si avvale della stessa immagine dell’ascia per spiegare che il peccato dell’umanità viene rimesso dalla croce di Cristo attraverso il battesimo: “(…). Esso (il legno) sta a significare che l’insensibilità di questo mondo affondò nell’abisso dell’errore e dal legno di Cristo, cioè dalla sua passione, è liberata per mezzo del battesimo. (TERTULLIANO, Polemica con i giudei 13,19. Ed. crit. H. TRÄNKLE, Q. S. F. Tertulliani. Adversus Iudaeos, Wiesbaden 1964, p. 36. Trad. di I. AULISA, Tertulliano. La polemica con i giudei, Roma 1997, pp. 143-144). Giustino, come Tertulliano, allude, parafrasando l’episodio di 2Re 6,6, al rito battesimale secondo cui l’acqua è segno della passione di Cristo che ci ha liberato dai peccati. Segno che Giustino avrebbe letto secondo l’interpretazione di Ignazio, il quale, nella sua Lettera agli Efesini 18,2, afferma che Cristo con la sua passione ha purificato l’acqua che nel rito battesimale serve a purificarci dal peccato: “Egli è nato ed è stato battezzato perché l’acqua fosse purificata con la passione”. (Ed. crit. P. T. CAMELOT, Ignace d’Antioche, Polycarpe de Smyrne. Lettres pp. 72-74. Trad. di A. QUACQUARELLI, I Padri Apostolici, Roma 1998, p. 106). Tale episodio serve a Giustino per chiarire a Trifone che mediante il battesimo il cristiano a livello personale diviene tempio del Dio vivente perché da lui, dal cristiano, si effonde il culto di Dio e in lui si rispecchia il sabato dell’anima, dal momento che egli si trasforma in casa di preghiera e di adorazione.

Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 219. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 274. Giustino in 86,1, riferendosi al testo di Esodo ora citato, prelude alla concezione staurologica dell’Omelia su Geremia 10,2 di Origene, nella quale il legno che Mosé gettò nelle acque di Mara prefigurava la passione di Cristo grazie alla quale l’acqua, divenuta dolce, è simbolo del battesimo: “Quelli là, dunque, disponendo il loro complotto, dicano pure: “Venite e gettiamo legno nel suo pane”, ma io ancor più paradossalmente dirò: il legno gettato nel suo pane ha reso il pane più buono. Prendo esempio dalla legge di Mosé: “Il legno gettato nell’acqua amara l’ha resa dolce” (Es 15,25). Così il legno della passione di Gesù Cristo, entrando nella Parola, ha reso il suo pane più dolce (…). Allora il legno era simbolo della passione di Gesù, mediante la quale l’acqua amara diventa dolce. Io dico infatti che la legge non compresa spiritualmente è un’acqua amara, ma se viene il legno di Gesù e l’insegnamento del mio Salvatore entra tra gli uomini, la legge di Mosé è addolcita e resa soavissima da leggere e da conoscere” (Ed. crit. P. HUSSON – P. NAUTIN, Origène. Homélies sur Jérémie, Paris 1976, p. 400. Trad. di L. MORTARI, Origene. Omelie su Geremia, Roma 1995, pp. 123-125). Giustino richiamandosi a tale passo è distante dall’interpretazione midrashica di Es 15,23-25. Infatti nel trattato Vayassa I,110-115 della Mekilta de-Rabbi Ishmael a proposito di Es 15,23-25 il legno che Mosé gettò nelle acque di Mara è simbolo della Torah: “R. Simon b. Johnai dice: “Egli mostrò a lui le parole della Torah che sono simili al legno (…)” (Ed. crit. J.Z. LAUTERBACH, Mekilta de Rabbi Ishmael, vol. II, Philadelphia 1976, p. 92). Cfr. a tal proposito G. BIENAIMÉ, Moïse et le don de l’eau dans la tradition juive ancienne: targum et midrash, Roma 1984). La tradizione rabbinica continua ad interpretare metaforicamente sia le acque di Mara che il legno gettato in esse: le acque figurano la Torah. (Cfr. per questo argomento l’interessante contributo che ha apportato G. BIENAIMÉ, Moise et le don de l’eau, pp.16-22) e il legno le parole della Torah, dichiarata anche come albero della vita (G. BIENAIMÉ, Moise et le don de l’eau, pp. 37-44). Prima ancora Filone, in riferimento a questo episodio, ne aveva dato una lettura simbolico-antropologica: l’acqua amara diviene simbolo per l’uomo della fatica e il legno un dono di Dio che produce nell’uomo amore per la fatica. Per Filone dunque l’amore per la fatica è un dono di Dio e, attraverso essa, l’uomo progredisce verso la piena acquisizione della virtù: “Quando ci condusse fuori dall’Egitto, cioè dalle passioni del corpo, mentre percorrevamo il sentiero privo di piacere, ci accampammo a Mara, un luogo che non aveva acqua potabile, ma tutta acqua amara (Es 15,23). Infatti, i piaceri (…) ci affascinavano molto tenendoci sottomessi (…). Senonché, più veloce, il Salvatore ebbe compassione di noi e gettò nella nostra anima un legno dolcificante (Es 15,25), come un condimento, producendo in noi amore per la fatica invece che odio per essa” (FILONE, La posterità di Caino 155-156. Ed. crit. R. ARNALDEZ, Philon d’Alexandrie. De Posteritate Caini, t. 6. Paris 1972, pp. 137-139. Trad. di R. RADICE, Filone. Tutti i trattati del commentario allegorico alla Bibbia, Milano 1994, p. 376).mIn sintonia con l’interpretazione antropologica di Filone possiamo dire che per Giustino l’uomo, attraverso l’acqua del battesimo, resa dolce dalla passione di Cristo, può risalire al Padre mediante una progressiva santificazione di se stesso, santificazione che rende l’uomo un sabato vivente perché tutta la sua vita è dedita alle cose di Dio. Un altro testo utile per capire in Giustino il senso che riveste l’immagine del legno connessa all’immagine dell’acqua è la Polemica con i giudei 13,12 di Tertulliano, il quale, parafrasando il testo di Es 15,23-25, afferma decisamente che l’acqua resa dolce da Mosè col legno, è prefigurazione dell’acqua del battesimo, che diviene dolce perché rigenerata dalla passione di Cristo.

FILONE, Migrazione di Abramo 36. Ed. crit. J. CAZEAUX, Philon d’Alexandrie. De Migratione Abrahami, t. 14, Paris 1965, p. 116. Trad. di R. RADICE, Filone di Alessandria. Tutti i trattati del commentario allegorico alla Bibbia, Milano 1994, p. 733.

Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 219. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 274. In tal senso Giustino testimonia a Trifone, in contrapposizione alla concezione di Rabbì Hoshajjah per il quale le bestie vanno in calore perché “le acque diventavano seme nel loro intestino”, che l’acqua, come rileva Daniélou, evoca il battesimo, grazie al quale il credente si assimila alla croce di Cristo, essendo stato fecondato dalla sua passione e risurrezione. (Ed. crit. R. DR. H. FREEDMAN-M. SIMON, Midrash Rabbah. Genesis, vol. II, London 1961, p. 674. Trad. di A. RAVENNA-T. FEDERICI (a cura di), Commento alla Genesi (Beresît Rabbâ), Torino 1978, p. 606). Cfr. J. DANIÉLOU, La teologia del giudeo-cristianesimo, p. 380.

Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 220. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 275. Egli riprende letteralmente la citazione di Sal 1,3 Sarà come albero piantato lungo i corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue opere”. Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 219. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 275. Al Sal 1,3, al tempo in cui viveva Trifone, veniva attribuita, dalla esegesi midrashica, una sua specifica interpretazione: infatti nel trattato Avoth 3,22, che è un piccolo trattato della Mishnà con contenuto prevalentemente haggadico, in riferimento al Sal 1,3 viene indicato con la metafora dell’albero piantato lungo i corsi d’acqua un uomo sapiente, i cui frutti rappresentano le sue gesta che sono la diretta espressione del servizio reso a Dio che gli dà la forza di resistere alle avversità e di rimanere stabile nelle sue decisioni. Anche in Seder Elijjahu Zuta 171, che è una collezione midrashica di materiale haggadico, colui che obbedisce alla Torah ed esercita la carità è paragonato a un albero piantato lungo i corsi d’acqua perché in Lui diviene concreta e duratura la sua relazione con Dio come nel giorno di sabato. Per l’argomento cfr. W. G. BRAUDE – I. J. KAPSTEIN (a cura di), Tanna Debe Elijjahu, Philadelphia 5741-1981, p. 405. Cfr. anche D. KIMCHI, Commenti ai Salmi I. Sal. I-50, a cura di L. CATTANI, Roma 1991, pp. 79-81. In Pirqe de rabbì Eliezer 46-47 l’albero piantato lungo i corsi d’acqua e che porta frutti è riferito ad Abramo, dalla cui discendenza scaturirono uomini meritevoli di fiducia, perché riponevano la loro fede in Dio e, in quanto tali, erano immagine vivente del sabato eterno, perché vivevano pienamente questa relazione di fiducia e di amore con Dio. Cfr. W. G. BRAUDE – I. J. KAPSTEIN (a cura di), Tanna Debe Elijjahu, pp. 522-523.

Ps. BARNABA, Epistola 11,1-11: “Riguardo all’acqua sta scritto a proposito d’Israele che essi non avrebbero ricevuto il battesimo che dà la remissione dei peccati, ma che se ne sarebbero istituito uno di propria iniziativa (…). In un altro profeta dice ancora: “Chi fa così sarà come l’albero piantato lungo i corsi delle acque, che a suo tempo darà il suo frutto, le sue foglie non cadranno, e tutto quel che produce sarà portato a buon fine (…). Notate come ha designato insieme l’acqua e la croce. Infatti vuol dire questo: “Beati” quelli che hanno sperato nella croce e sono discesi nell’acqua (…): “C’era un fiume che scorreva da destra e lungo esso sorgevano alberi bellissimi: e chi ne mangerà vivrà in eterno”. Vuol dire che noi scendiamo nell’acqua pieni di peccati e di lordura e ne risaliamo fuori portando frutti nel cuore”. Ed. crit. e trad. di F. SCORZA BARCELLONA, Epistola di Barnaba, pp. 105-107. In tono polemico Tertulliano cita lo stesso salmo per mostrare ai giudei che coloro che credono nel legno della passione di Cristo vengono salvati, a differenza di coloro che non credono nel valore soteriologico della croce di Cristo: “Il “legno, continua, portò il suo frutto” (Sal 1,3), non quel legno che nel paradiso diede la morte ai primi uomini, ma il legno della passione di Cristo, dal quale voi, invece, non avete creduto che potesse derivare la salvezza”. TERTULLIANO, Polemica con i giudei 13,11. Ed. crit. H. TRÄNKLE, Q. S. F. Tertulliani. Adversus Iudaeos, pp. 34-35. Trad. di I. AULISA, Tertulliano. La polemica con i giudei, p. 141.

Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 220. Trad. di G. VISONÁ, Dialogo con Trifone, p. 275. In realtà Giustino menziona il Giordano in luogo del mar Rosso: si tratta infatti di Nm 33,9. Cfr. G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 275, n. 3. Le immagini dei settanta salici e delle dodici sorgenti hanno suscitato nella letteratura medio-giudaica varie interpretazioni. Cfr. a tal proposito G. BIENAIMÉ, Le don de l’eau, pp. 47-57; A. LE BOULLUEC – P. SANDEVOIR, La Bible d’Alexandrie LXX, vol. II. L’Exode, Paris 1989, pp. 179-180. Giustino non solo si serve dell’immagine della sorgente che ha una risonanza battesimale in quanto richiama il bagno in cui gli elkasaiti si immergevano per purificarsi, ma anche dell’immagine del salice che, piantato nel fiume Giordano, assume un chiaro significato battesimale: questa immagine evoca anche nella liturgia dei mandei l’evento battesimale. Per tale concetto cfr. J. DANIÉLOU, Les symboles chrétiens primitifs, Paris 1961, pp. 37-51ss. Per gli elkasaiti cfr. A. BERTHOLET, Dizionario delle religioni, Roma 1964, col. 150; G. FILORAMO, Atlante delle religioni, Milano 1996, p. 594. Per i mandei cfr. A. BERTOHLET, Dizionario, col. 259; G. LANCZKOWSKI, Dizionario delle religioni non cristiane, Milano 1989, pp. 274-278; G. FILORAMO, Atlante, p. 146. L’immagine dell’acqua viva ricorre pure nel Documento di Damasco 6,4 dove essa viene assimilata alla Torah. Cfr. anche IQh 16. Per l’argomento cfr. J. DANIÉLOU, Symboles, pp. 50-52. Ma Giustino, mediante l’immagine della sorgente, rappresenta un’interpretazione alternativa a quella attestata a Qumran, anche se entrambe hanno in comune il fatto di essere allegoriche. Comunicazione verbale del Prof. E. Norelli. A proposito di Es 15,27 tali immagini corrispondono infatti alle dodici tribù di Israele e ai settanta anziani; in relazione a questi significati gli israeliti si accampano presso l’acqua delle dodici sorgenti, perché essa simbolizza la Torah, nella quale gli israeliti hanno riposto la loro fede. Ed. crit. J.Z. LAUTERBACH, Mekilta de-Rabbi Ishmael, vol. II, p. 98.

G. BIENAIMÉ, Le don de l’eau, p. 56. Questa interpretazione ci aiuta a chiarire il senso tipologico che queste immagini evocano per Giustino. Giustino riprende l’immagine della sorgente dal contesto battesimale dei proseliti giudei per riferirla, in linea con Gv 4,10-14, al rito battesimale dell’acqua viva che dà la vita per mezzo dello Spirito. A tal proposito cfr. A. OEPKE, baptw, in G. FRIEDRICH – G. KITTEL, GLNT, col. 63-65. Nella stessa prospettiva non solo di Giovanni ma anche del Pastore di Erma si colloca Giustino: anche il Pastore di Erma in Similitudini 8,67-69 applica al salice un senso battesimale per il fatto che questo rappresenta il Figlio di Dio che purifica dai peccati e dona la vita a coloro che credono in lui. Ed. crit. R. JOLY, Hermas. Le Pasteur, Paris 1968, pp. 258-268.

Ed. crit. L. M. FROIDEVAUX, Irénée de Lyon. Démonstration, p. 106. Trad. di E. PERETTO, Ireneo di Lione. Epideixis, pp. 138-139: “Il Verbo di Dio ha prodotto dodici sorgenti, cioè l’insegnamento dei dodici apostoli.” A sua volta Tertulliano, dopo aver spiegato che Gesù scelse i dodici apostoli in quanto erano preannunciati nell’Antico Testamento sotto varie figure, fra le quali quella delle dodici sorgenti, e che ad essi si sarebbero aggiunti altri apostoli che avrebbero irrigato il mondo predicando il kerigma, afferma che Gesù ne scelse altri settanta, prefigurati da altrettanti arbusti di palma :“Perché, poi, scelse dodici apostoli (Lc 6,13-16), e non un qualsiasi altro numero? Davvero io potrei interpretare anche da questo fatto che Cristo è (…) preannunciato non solo dalle voci dei profeti, ma anche dalle prove dei fatti. Giacché trovo presso il creatore la figura (Nm 33,9; Es 28,17-21) di questo numero: le dodici fontane di Elim (…). Venivano infatti allegorizzati altrettanti apostoli, i quali, come fontane e fiumi, avrebbero irrigato il mondo delle genti, arido in passato e deserto (…). Sceglie altri settanta apostoli oltre ai dodici (…). A che scopo, infatti, avrebbe scelto i dodici (…) se non ne avesse scelti altri settanta, secondo altrettanti arbusti di palma?.” TERTULLIANO, Contro Marcione IV,13,4; 24,1. Ed. crit. R. BRAUN, Tertullien. Contre Marcion, Paris 2001, pp. 169; 171; 303. Trad. di C. MORESCHINI, Opere scelte di Q.S.F. Tertulliano, Torino 1999, pp. 500; 546. L’immagine delle dodici sorgenti che per Giustino prefigurano i dodici apostoli è tipo delle dodici tribù secondo l’esegesi giudaica, come le settanta palme rappresentavano i settanta anziani, tipo in Giustino dei settanta discepoli. Giustino, mediante l’immagine dei settanta salici e delle dodici sorgenti che prefigurano i settanta discepoli e i dodici apostoli, vuole mostrare a Trifone che essi predicano non un battesimo di penitenza, come quello predicato da Giovanni il Battista che battezzò Gesù con l’acqua nel fiume Giordano, ma un battesimo nello Spirito Santo come attesta Atti 2,38-39.

0 ORIGENE, Omelia sui Numeri 27,11. Ed. crit. L. DOUTRELEAU, Origène. Homélies sur les Nombres, vol. III, Paris 2001, pp. 316-320. Origene ne dà un’interpretazione simbolico-antropologica quando afferma che le settanta palme e le dodici sorgenti rappresentano non solo i luoghi deliziosi che l’uomo incontra dopo avere valicato le difficoltà e le tentazioni, simboleggiate dal fiume Giordano, ma anche i 12 apostoli e i 70 discepoli che hanno la funzione di dare refrigerio e appagamento interiore all’uomo sconvolto dalle tentazioni e dalle vicissitudini della vita al fine di rilassarsi per riprendere poi di nuovo il cammino.

1 Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 219. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 274.

2 Ed. crit. e trad. di G. VISONÀ, Pseudo-Ippolito. In Sanctum Pascha, p. 281. La stessa immagine del bastone assume in Ireneo un significato soteriologico in riferimento al Verbo, in quanto Ireneo, facendo anch’egli diretto riferimento alla figura di Mosè che divide il mare per consentire agli israeliti la loro liberazione dagli Egiziani, spiega che in tale immagine veniva prefigurata la passione del Verbo, sorgente di liberazione: “Così salvò i figli di Israele, prefigurando in modo misterioso la passione di Cristo nell’immolazione di un agnello immacolato e nel suo sangue, versato (…) il nome di questo mistero è “passione” sorgente di liberazione. Diviso il mar Rosso, guidò con tutte le precauzioni i figli di Israele al deserto, mentre gli egiziani perirono (…) egli saliva e scendeva per liberare gli oppressi strappandoci dal potere degli egiziani (…) salvandoci dal mar Rosso, cioè liberandoci dalle turbolenze omicide dei Gentili e dalle acque amare delle loro bestemmie. IRENEO, Dimostrazione della predicazione apostolica 25.46. Ed. crit. L. M. FROIDEVAUX, Irénée de Lyon. Démonstration, Paris 1959, pp. 70-72; 105. Trad. di E. PERETTO, Ireneo di Lione. Epideixis: antico catechismo degli adulti, Roma 1981, pp. 105-106; 138. Alla luce di questi due testi che ci aiutano a cogliere il senso della citazione di Es 14,16-18, si vede come Giustino si sia servito di tale testimonium per prefigurare il battesimo. Infatti egli, in linea con Melitone e anticipando Ireneo, dichiara a Trifone che il Mar Rosso perdette la sua forza distruttrice a motivo della potenza del Verbo. Potenza prefigurata dalla croce di Cristo che liberò le acque dalla loro forza distruttiva, cambiandole in acque che portarono la salvezza agli israeliti, consentendo loro il passaggio verso la terra promessa. Analogamente nel testimonium di Es 14,16-18 è in nuce la teologia battesimale di Tertulliano, il quale afferma che tale passo prefigura il sacramento del battesimo: “Quanti benefici della natura, quanti doni privilegiati della grazia, quante solennità rituali, quante prefigurazioni, anticipazioni e profezie hanno precisato la funzione dell’acqua nella prassi religiosa! Innanzitutto c’è il popolo liberato dall’Egitto che riuscì ad attraversare l’acqua sfuggendo all’esercito del re egiziano; l’acqua annientò il re in persona assieme a tutte le sue truppe (Cfr. Es 14,28). Ci può essere una prefigurazione più chiara del sacramento del battesimo? Basta guardare ai pagani che vengono liberati da questo mondo, senza dubbio attraverso l’acqua, e che abbandonano, travolto nell’acqua, il diavolo, il loro tiranno di prima”. TERTULLIANO, Il battesimo 9,1-2. Ed. crit. R. F. REFOULÉ – M. DROUZY, Tertullien. Traité du Baptême, Paris, 1952, pp. 78-79. Trad. di P. A. GRAMAGLIA, Tertulliano. Il battesimo, Roma 1979, pp. 141-142.

3 A. LE BOULLUEC – P. SANDEVOIR, La Bible d’Alexandrie LXX, vol. II. L’Exode, p. 166. A tal proposito Giustino obietta a Trifone che Mosè divise il mare grazie alla croce di Cristo, prefigurata nell’immagine del bastone e non mediante il bastone stesso come invece si evince nel trattato Beshallah V,70-80 della Mekiltà de rabbì-Ishmael. In tale trattato il bastone di Mosè diviene simbolo della gloria e della potenza di Dio, a motivo della quale il mare si ritirò: Egli mostrò il bastone, e tuttavia il bastone rifiutò a consentire, così che Dio con la sua gloria ha manifestato se stesso sopra di lui. Appena Dio con la sua potenza e gloria manifestò se stesso, il mare cominciò a ritirarsi, come è stato detto: il mare vide e si ritrasse” (Sal 114,3). Mosè poi disse a lui: Tutto il giorno sono stato lungamente a parlare con te nel nome di Dio, e tu non hai voluto ascoltarmi, e ora per quale ragione tu ti sei ritirato?” (…). Il mare rispose a lui: “Non è a motivo di te, Mosè, non è a motivo di te, figlio di Amran. È solo a motivo: “trema, o terra, davanti al Signore, davanti al Dio di Giacobbe, che muta la rupe in un lago, la roccia in sorgenti di acqua (Sal 114,7-8).” Ed. crit. J.Z. LAUTERBACH, Mekilta de-Rabbi Ishmael, vol. I, Philadelphia 1976, pp. 228-229. Il bastone di Mosè non riveste solo questo significato simbolico, ma ha anche il significato di salvezza e di perdizione. Infatti nel trattato Vajassa VII,50-55 della Mekiltà de rabbì Ishmael a proposito di Es 17,1-7 il bastone ha questo duplice significato: ha il significato di salvezza perché attraverso il bastone Mosè ha diviso il mare e consentito il passaggio agli israeliti, ma ha al contempo anche il significato di perdizione perché attraverso il bastone Mosè fece cadere dieci piaghe sugli egiziani mentre erano in mare travolti dalle acque: “Questo bastone (…) ha anche il significato di punizione. È questo che fece cadere sugli egiziani (…) dieci piaghe in Egitto e dieci piaghe mentre essi erano in mare. Perciò il popolo deve sapere che questo ha realmente un significato di adempiere i miracoli per loro, come è detto: E il bastone con cui tu percuoti il fiume” (…).Ed. crit. J.Z. LAUTERBACH, Mekilta-de Rabbi Ishmael, vol. II, Philadelphia 1976, p. 132. Cfr. a tal proposito G. BIENAIMÉ, Le don de l’eau, pp. 71-76. Anche nel trattato Amalek I,100-105 il bastone di Mosè racchiude questo duplice significato: “Mosè dice davanti a Dio: Signore dell’universo, con questo bastone tu portasti Israele fuori dall’Egitto; con questo bastone tu hai diviso il mare per loro, con questo bastone tu hai compiuto per loro miracoli e potenti gesta.” (Ed. crit. J.Z. LAUTERBACH, Mekilta de-Rabbi Ishmael, vol. II, p. 142).

4 Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 219. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 274.

5 Cfr. L. GINZBERG, The Legends, vol. III, pp. 50-52, in particolare n. 125-126. Cfr. anche trattato Vajassa 5,51; 6,51-52. Ed. crit. J.Z. LAUTERBACH, Mekilta de-Rabbi Ishmael, vol. II, pp. 118-119. Cfr. in proposito G. BIENAIMÉ, Le don de l’eau, pp. 71-113. Il motivo della fonte era già presente nella prima lettera di Paolo alla comunità di Corinto, nella quale la roccia viene identificata con Cristo, dopo che si è affermato che il passaggio del mar Rosso era figura del battesimo (1Cor 10,1-5). Cfr. a tal proposito A. LE BOULLUEC – P. SANDEVOIR, La Bible d’Alexandrie LXX, vol. II. L’Exode, pp. 189-190. Ireneo, sull’orma della Lettera ai Corinti, identifica la roccia con Cristo da cui scaturisce l’acqua della vita che, purificando l’uomo dal peccato, è simbolo del battesimo: il Verbo ha fatto scorrere nel deserto un abbondante fiume d’acqua dalla roccia – la roccia è lui stesso (…). Seguendo la successione dei temi in Dial. 86,1, dove il riferimento a Es 17,5-6 è susseguente a quello di Es 14,16-18, ci pare di ravvisare che lo stesso ordine di riferimenti scritturistici risuona in Tertulliano. Ireneo, sull’orma della Lettera ai Corinti, identifica la roccia con Cristo da cui scaturisce l’acqua della vita che, purificando l’uomo dal peccato, è simbolo del battesimo: il Verbo ha fatto scorrere nel deserto un abbondante fiume d’acqua dalla roccia – la roccia è lui stesso(…)”. IRENEO, Dimostrazione della predicazione apostolica 46. Ed. crit. L. M. FROIDEVAUX, Irénée de Lyon. Démonstration, p. 106. Trad. di E. PERETTO, Ireneo di Lione. Epideixis, p. 139. Seguendo la successione dei temi in Dial. 86,1, dove il riferimento a Es 17,5-6 è susseguente a quello di Es 14,16-18, ci pare di ravvisare che lo stesso ordine di riferimenti scritturistici risuona in Tertulliano. Egli afferma infatti che non solo il Mar Rosso, che Mosè divise col bastone è prefigurazione dell’acqua del battesimo, ma anche l’acqua che Mosè fece scaturire dalla roccia prefigura l’acqua del battesimo perché solo dalla pietra che è Cristo, l’acqua del battesimo riceve la sua consacrazione: “(). Il popolo liberato dall’Egitto che riuscì ad attraversare l’acqua sfuggendo all’esercito del re egiziano; l’acqua annientò il re in persona assieme a tutte le sue truppe (…). Ci può essere una prefigurazione più chiara del sacramento del battesimo? Basta guardare ai pagani che vengono liberati da questo mondo, senza dubbio attraverso l’acqua e che abbandonano, travolto nell’acqua, il diavolo (…). Queste sono le acque che sgorgavano per il popolo dalla pietra che l’accompagnava (…) perché, se la pietra era Cristo, certamente è tramite l’acqua che, come possiamo constatare, il battesimo riceve la sua consacrazione in Cristo”. TERTULLIANO, Il battesimo 9,1.3. Ed. crit. R. F. REFOULÉ – M. DROUZY, Tertullien. Traité du Baptême, Paris 1952, pp. 78-79. Trad. di P. A. GRAMAGLIA, Tertulliano. Il battesimo, Milano 1979, pp. 141-143.

6 Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 219. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 274.

7 Cfr. W. A. SHOTWELL, The Biblical, pp. 38-47.

8 FILONE, Allegorie delle leggi II,89. Ed. Crit. C. MONDÉSERT, Philon d’Alexandrie. Legum Allegoriae, Paris 1962, p. 152. Egli è distante dalla lettura midrashica di Gen 32,11 secondo la quale per merito di Giacobbe Israele passò il fiume Giordano. Genesi Rabbâ LXXVI,5. Ed. crit. R.DR.H. FREEDMAN-M. SIMON, Midrash Rabbah. Genesis, vol. II, p. 705. Trad. di A. RAVENNA-T. FEDERICI (a cura di), Commento alla Genesi, (Beresit Rabba), Torino 1978, p. 634: nella Torah, nei profeti e negli agiografi troviamo che Israele non passò il Giordano altro che per il merito di Giacobbe. Nella Torah: Poiché col mio bastone passai questo Giordano”.

9 Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 308. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 377.

0 GIUSTINO, Dial. 138,2. Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 308. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, pp. 377-378.

1 G. A. NOCILLI, La catechesi battesimale ed eucaristica di s. Giustino Martire, Bologna 1990, p. 86. Per il concetto di rigenerazione vedi G. A. NOCILLI, La catechesi, pp. 93-99. Giustino, citando la profezia di Is 54,8-9, non segue l’interpretazione rabbinica di questo passo, secondo la quale Dio salverà il popolo di Israele come ha salvato Noé ai tempi del diluvio in forza del messia che verrà ad instaurare il patto di pace deciso insieme a Dio prima della creazione del mondo. Cfr. M. GALLO, Sete del Dio vivente: omelie rabbiniche su Isaia, Roma 1981, p. 96. Cfr. anche G. LEVI, Parabole, leggende e pensieri raccolti dai libri talmuduci dei primi cinque secoli dell’E.V., Firenze 1861, p. 86ss. Dal canto suo Giustino afferma che in tale profezia il patto di pace che Dio ha instaurato con Noé era simbolo della nuova alleanza che Dio ha suggellato nel Figlio (il messia atteso) attraverso la croce. In fondo, entrambe le interpretazioni sono messianiche: la differenza è che per Giustino il messia è già venuto ed è Gesù. Comunicazione verbale del Prof. E. Norelli. Giustino riprende la simbologia dell’arca da 1Pt 3,20-22, dove l’arca prefigura il battesimo che è simbolo di salvezza in quanto Noè e le altre persone trovando salvezza nell’arca costituivano il numero otto, che evoca il simbolismo dell’ottavo giorno, giorno in cui Cristo, risorgendo dai morti lavò i peccati degli uomini salvandoli dalla morte (1Pt 3,20-22). Per dirla con Rahner Giustino riprende l’immagine dell’arca e del diluvio quali simboli della croce e del battesimo dalla primitiva teologia giudeo-cristiana dove appunto “l’immagine del diluvio dell’acqua che uccide e che ad un tempo salva in virtù del legno, appartiene al fondo originario della riflessione arcaica sulla tipologia acqua e legno”. H. RAHNER, L’ecclesiologia dei Padri, Roma 1971, p. 893ss. Immagini, quindi, che anche secondo Daniélou, non possono essere pensate se non in riferimento alla croce, al battesimo e alla chiesa, nella quale coloro che sono battezzati nella croce di Cristo, sono destinati alla salvezza (Cfr. J. DANIÉLOU, Sacramentum futuri, Paris 1950, pp. 55-82; J. DANIÉLOU, Teologia del giudeo-cristianesimo, Bologna 1974, pp. 317-339) e quindi al sabato protologico. Basti pensare, oltre che alla prima lettera di Pietro 3,20 dove l’autore designa col termine otto la comunità dei salvati che prefigurano la chiesa perché attraverso il battesimo sono stati destinati alla salvezza, alla Lettera ai Corinti 9,4 di Clemente Romano. Tale Lettera in realtà scritta dalla chiesa di Roma (Cfr. C. MORESCHINI – E. NORELLI, Storia, vol. I, Brescia 1995, pp. 161-166), allude alla chiesa quando afferma che il mondo sommerso nel diluvio rinasce a causa di Noè, la cui arca diviene l’unica barca di salvezza nella quale entrarono in concordia tutti gli esseri viventi. Ed. crit. A. JAUBERT, Clément de Rome. Épître au Corinthiens, Paris 2000, p. 115. Non meno significativo è il testo delle Antichità giudaiche II,16,5, in cui Flavio Giuseppe rileva il carattere paradossale dell’acqua in riferimento all’arca di Noè, acqua che mentre distrugge salva: “Nessuno si meravigli di un racconto così paradossale, né dubiti che nei tempi antichi, a uomini senza crimini, sia capitato di trovare la via della salvezza attraverso il mare, sia per volere di Dio, sia per un caso.” Ed. crit. E. NODET, Flavius Josèphe, Les antiquités juives, vol. I, Paris 1990, p. 108. Trad. di L. MORALDI (a cura di), Flavio Giuseppe. Antichità giudaiche, Torino 1998, p. 164. Anche nella più tarda catechesi battesimale di Cirillo di Gerusalemme si riscontra lo stesso parallelismo tipologico che abbiamo incontrato in Dial. 138,2; parallelismo che intercorre tra Noè, che salva gli uomini che erano con lui tramite l’acqua e il legno, e Cristo che ha salvato i credenti sul legno della croce: Di questa colomba, secondo alcuni, fu figura parziale quella di Noè. Come infatti a quel tempo, per mezzo del legno e dell’acqua venne la salvezza, inizio della nuova generazione, e la colomba ritornò da lui verso la sera portando un ramo d’ulivo, così (…) lo Spirito santo discese sul vero Noè, autore della seconda generazione (…). Scese quindi (…) la mistica colomba al tempo del battesimo per dimostrare che chi salva i credenti mediante il legno della croce è il medesimo che verso sera darà la salvezza per mezzo della sua morte”. CIRILLO di Gerusalemme, Catechesi battesimale 17,10. Ed. crit. J. P. MIGNE (ed.), Patrologia graeca, vol. XXXIII, Parisiis 1893, col. 98. Trad. di G. MAESTRI – V. SAXER, Cirillo e Giovanni di Gerusalemme. Catechesi prebattesimali e mistagogiche, Milano 1994, p. 524. Per la concezione dell’arca come principio di una nuova progenie cfr. in particolare H. RAHNER, L’ecclesiologia dei Padri, p. 911ss.

2 TERTULLIANO, Il battesimo 8,4. Ed. crit. R. F. REFOULÉ, Tertullien. Traitè, pp. 77-78. Trad. di P. A. GRAMAGLIA, Tertulliano. Il battesimo, pp. 140-141. Tuttavia sia in Cirillo che in Giustino non è da escludere nel simbolismo dell’arca un possibile riferimento alla chiesa che, similmente all’arca, è anch’essa principio di una nuova stirpe per il fatto che coloro che vengono battezzati con acqua in virtù della croce di Cristo vengono salvati.

3 ORIGENE, Omelia sulla Genesi 2,3. Ed. crit. H. De LUBAC – L. DOUTRELEAU, Origène. Homélies sur la Genèse, Paris 2003, p. 90. Trad. di M. I. DANIELI, Origene. Omelie sulla Genesi, Roma 1978, p. 70: Dunque si paragona questo popolo, che è salvato nella chiesa, a tutti quelli che furono salvati nell’arca; ma poiché non è di tutti unico il merito e unico il progresso nella fede, per questo anche quell’arca non offre a tutti un’unica dimora, ma vi sono compartimenti doppi (…) per mostrare che anche nella chiesa, benché tutti siano racchiusi in un’unica fede, e lavati in un unico battesimo, tuttavia il progresso non è il solo e il medesimo per tutti”.

Articoli che potrebbero interessarti

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.