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domenica maggio 20th 2012

L’agnello pasquale nel Dialogo con Trifone: figure e origine del sabato storico-soteriologico

1. L’agnello pasquale di Es 12 e le sue figure: dalla realizzazione del culto sabbatico nella pratica sacrificale dell’agnello al superamento di questa nella figura del servo sofferente

1.1. L’immolazione dell’agnello pasquale

Giustino presenta l’immagine dell’agnello arrostito:

Infatti l’agnello che viene arrostito si cuoce in una posizione simile alla forma della croce, poiché uno spiedo diritto viene confitto dalle parti inferiori alla testa ed uno è messo di traverso sul dorso e vi si attaccano le zampe dell’agnello. 4. Così pure, i due capri uguali che si ordina di prendere durante il digiuno e dei quali l’uno viene offerto in espiazione (Dial. 40,3-4).

Giustino anche in 111,3 afferma, riferendosi sempre all’immagine dell’agnello, che

quelli che sono stati salvati in Egitto, allorché perirono i primogeniti degli egiziani, furono preservati dal sangue dell’agnello pasquale unto su entrambi gli stipiti e sull’architrave. Come infatti il sangue dell’agnello pasquale salvò quelli che erano in Egitto”.

Giustino per illustrare a Trifone tale concetto si riferisce alla prassi ebraica della pasqua, in occasione della quale ogni pio israelita, su ordine del Signore che lo aveva liberato dalla schiavitù dell’Egitto, doveva ogni anno immolare l’agnello e mangiarlo arrostito al fuoco (Es 12,24-27). Egli si riferisce al testo sacerdotale di Es 12,7.14 dove la notte di pasqua viene a coincidere con il quattordicesimo giorno del mese di Nisan, al tramonto del quale (parasceve) gli ebrei compiono il rito dell’immolazione dell’agnello: l’agnello veniva immolato alla parasceve (venerdì pomeriggio) che per gli ebrei veniva a coincidere col sabato, in memoria della liberazione dall’Egitto. Tale immagine evoca, nel contesto di Es 12,7.12-13.23, la liberazione dalla morte e dalla schiavitù, sigillo dell’alleanza tra Dio e il suo popolo. L’immolazione dell’agnello, per la tradizione israelitica, deteneva un significato espiatorio (Lev 22,20-30) alla pari del capro espiatorio che, come afferma anche Giustino, veniva offerto a Dio per redimere i peccati del popolo di Israele. Giustino, a proposito dei capri, si rifà al rituale levitico (Lev 16,9.15-16), dove i sommi sacerdoti immolavano i capri e gli agnelli o i vitelli per offrirli a Dio in modo che venissero condonati i peccati di ogni israelita.

Questo rito dell’immolazione dell’agnello viene a coincidere con il primo giorno degli azzimi, nel quale è ordinata l’astensione dal lavoro. L’astensione dal lavoro ci ricorda il comandamento divino di Gen 2,3, dove Dio ordinò di riposarsi per consacrare il settimo giorno a Lui. Il culto a Dio che gli israeliti dovevano al settimo giorno era per Gen 2,3 di natura cosmica, perché al settimo giorno gli ebrei contemplavano le bellezze del creato, onorando il Creatore per l’opera che aveva compiuto. Successivamente il culto sabbatico perse questa identità perché il settimo giorno, venendo a coincidere con la festa degli azzimi (Es 23), assunse più un carattere oblativo-cultuale, essendo una festa di natura agricola: tutto il raccolto dei campi veniva consacrato a Dio.

Giustino fa riferimento a Es 12,7.14 per mostrare a Trifone che il carattere cultuale, proprio del settimo giorno, viene dispiegato nella pratica sacrificale dell’agnello. Attraverso il sangue dell’agnello l’israelita entra in contatto con l’eternità perché, da una parte, egli intende rendere favorevole la divinità con questo culto che è anche propiziatorio e, dall’altra egli, entrando in amicizia con Dio, intende fuggire da tutte le influenze maligne causate dall’arrivo dell’angelo sterminatore e, per questo motivo, tale culto ha anche carattere apotropaico.

Quindi Giustino vuole far osservare a Trifone che l’israelita, praticante questo culto di natura sacrificale, vive pienamente questa sua consacrazione a Dio in un orizzonte di senso e di coincidenza di prospettive, perché egli entrava in comunione con Dio e quindi nella sfera sacrale del settimo giorno.

A proposito sempre del simbolo dell’agnello pasquale Giustino in 72,1 attribuisce la colpa dei giudei a una presunta esclusione “dalle spiegazioni fatte da Esdra sulla legge della pasqua” di una tipologia cristologica attinente al contesto pasquale del “grande sabato”, che Giustino crede di leggere in queste esegesi:

Ordunque, dalle spiegazioni fatte da Esdra sulla legge della pasqua essi hanno eliminato la seguente: Esdra disse al popolo: questa pasqua è il nostro salvatore e il nostro rifugio. Se riflettete e sale al vostro cuore che noi lo umilieremo in un segno e dopo di ciò spereremo in lui, questo luogo non sarà più desolato in eterno, dice il Dio delle potenze. Ma se non crederete in lui e non presterete ascolto al suo annunzio sarete lo scherno delle genti.

Sempre riferendosi al contesto pasquale del “grande sabato” Giustino in 72,2 sostiene inoltre che i giudei hanno eliminato dalla profezia di Geremia le seguenti parole:

io sono come agnello innocente condotto al sacrificio. Su di me si misero a far calcoli dicendo: Orsù, mettiamo del legno nel suo pane ed estirpiamolo dalla terra dei viventi, e del suo nome nessuno si ricorderà (Ger 11,19).

mmGiustino stesso in 72,3 afferma che tale passo ricorre: “tuttora in alcuni esemplari conservati dai giudei nelle loro sinagoghe (è infatti da poco tempo che hanno effettuato questa mutilazione)”.

Sempre in relazione alla figura dell’agnello Giustino cita la profezia di Is 53,7: “Come ha detto anche Isaia: “come pecora è stato condotto al macello” (Dial. 111,3). Giustino con la citazione del testimonium scritturistico di Is 53,7 vuole mostrare a Trifone che il servo del Signore ripristina l’originario rapporto di alleanza, che il popolo di Israele aveva instaurato con Dio nel culto sabbatico, attraverso il suo stesso sacrificio perché su di lui e non più sull’agnello si sono addossati tutti i peccati del popolo di Israele. Pertanto la pratica sacrificale dell’agnello in Giustino cede il posto al servo sofferente che, in qualità di giusto, espia i peccati attraverso il suo sacrificio, divenendo quindi egli stesso il trampolino di lancio perché i peccatori, resi giusti da lui, ritornino ad onorare Dio come nel giorno di sabato.

Il capro espiatorio quindi per Giustino viene ad essere il servo sofferente che rende giusti i peccatori violatori dell’alleanza, perché questi possano essere immessi nella comunione con Dio, comunione che è alla base del senso del settimo giorno, in quanto Dio fin dall’inizio della creazione ha creato un tempo sacro, dove egli voleva instaurare uno stretto rapporto di amicizia e di comunione reciproca con l’uomo: il tempo storico originato da Dio è un tempo sabbatico perché Dio esige costantemente un rapporto fecondo con il suo popolo e la figura del servo del Signore coopera alla progressiva santificazione di questo tempo storico addossandosi i peccati dell’umanità per divenire segno dell’alleanza sabbatica con Dio sulla terra.

1.2. La cordicella scarlatta

Al tema del sangue dell’agnello Giustino aggiunge in 111,4 anche l’episodio della prostituta Raab che aveva legato alla finestra una cordicella scarlatta, perché gli esploratori fuggissero dalle mani dei nemici:

Anche il simbolo costituito dalla cordicella scarlatta che a Gerico gli esploratori inviati da Gesù di Navè diedero a Raab, la prostituta, dicendole di legarla alla finestra per la quale li aveva fatti scendere perché sfuggissero ai nemici.

Giustino si rifà proprio al simbolo della cordicella scarlatta, riportato in Gs 2,18 e non ad altri simboli perché questo, venendo tradotto dai LXX col termine semeion, veniva a designare in senso traslato il segno del sangue dell’agnello, simbolo di salvezza, come abbiamo precedentemente notato. Sulla falsariga del sangue dell’agnello anche la cordicella scarlatta, quindi, per Giustino detiene un significato cultuale in ordine al senso del settimo giorno. Giustino quindi vuole far osservare a Trifone che Rahab realizza questa forma di santità cultuale, la fa propria, perché, salvando gli esploratori dalle mani dei nemici, ella entra in comunione con Dio compiendo in se stessa il medesimo significato sacrale del settimo giorno.

2. L’origine del sabato soteriologico: dalla pratica sacrificale del nuovo agnello pasquale alla realizzazione del culto sabbatico nella fede in Cristo

Per Giustino l’immagine dell’agnello pasquale e le sue figure benché, come abbiamo visto abbiano il suo ambiente di origine nell’antico testamento, non esauriscono lì la pregnanza del loro significato, ma sono segni volti a significare il nuovo agnello pasquale che è Cristo:

Il fatto poi che fosse ordinato che quell’agnello dovesse essere completamente arrostito era simbolo della passione di croce che Cristo doveva patire (…). Così pure, i due capri uguali (…) erano un annuncio delle due venute di Cristo, la prima, in cui gli anziani del vostro popolo e i sacerdoti lo hanno condotto in espiazione mettendo le mani su di lui e uccidendolo”.

Il testo di Es 12 è alla base dell’interpretazione quartodecimana della nuova pasqua, quella istituita da Cristo.

Secondo i quartodecimani, infatti, l’immolazione di Gesù Cristo veniva a cadere al tramonto del quattordicesimo giorno della prima luna di primavera, alla stessa stregua dell’agnello immolato in tale giorno. I quartodecimani, si ispirano alla cronologia giovannea della passione di Cristo, secondo la quale l’immolazione di Cristo avvenne nella parasceve, che inaugura il sabato (Gv 19,14.31.42). La morte di Cristo avvenuta al tramonto del venerdì (parasceve), in consonanza con la immolazione dell’agnello avvenuta anch’essa al tramonto della parasceve, viene a coincidere con il giorno di sabato perché per gli ebrei il tramonto è l’inizio di un nuovo giorno. Giustino quindi rifacendosi al testo di Es 12,7-14 si pone in linea con la prassi quartodecimana del sabato pasquale.

m Giustino, parallelamente al contesto neotestamentario e quartodecimano del sabato pasquale, che ha le sue radici in Gv 19,31 dove nel giorno del “grande sabato” è ancora appeso il corpo di Gesù sulla croce, afferma che il sangue di Cristo suggella la nuova alleanza tra Dio e l’uomo, liberandolo dalla morte:

L’agnello pasquale infatti era Cristo, che è stato poi immolato, come ha detto anche Isaia: “Come pecora è stato condotto al macello”. Ed è scritto anche che lo avreste preso nel giorno di pasqua e che a pasqua lo avreste crocifisso. Come infatti il sangue dell’agnello pasquale salvò quelli che erano in Egitto, così il sangue di Cristo libera i credenti dalla morte.”

Con l’offerta del sangue di Cristo, che è il nuovo agnello pasquale, inizia un nuovo tempo di salvezza, un nuovo tempo sabbatico, perché non è più il sangue dell’agnello che redime dai peccati ma è il sangue di Cristo stesso che ci libera dalla morte. È qui che ha inizio il nuovo tempo di salvezza, il sabato soteriologico. Giustino si è avvalso anche del testimonium scritturistico risalente, come abbiamo visto, in Es 12, per far notare a Trifone la malvagità dei giudei. I Giudei hanno eliminato questa spiegazione perché non hanno creduto che nel giorno del “grande sabato” Cristo è stato “appeso” sulla croce; evento cardine dal quale scaturì il sabato soteriologico.

Anche in 72,1 Giustino attribuisce la colpa dei giudei a una presunta esclusione “dalle spiegazioni fatte da Esdra sulla legge della pasqua” di una tipologia cristologica attinente al contesto pasquale del “grande sabato”, che Giustino crede di leggere in queste esegesi. I Giudei hanno eliminato questa spiegazione perché non hanno creduto che nel giorno del “grande sabato” Cristo è stato “appeso” sulla croce. Sempre riferendosi al contesto pasquale del “grande sabato” Giustino in 72,2 sostiene inoltre che i giudei hanno eliminato dalla profezia di Geremia le seguenti parole:io sono come agnello innocente condotto al sacrificio. Su di me si misero a far calcoli dicendo: Orsù, mettiamo del legno nel suo pane ed estirpiamolo dalla terra dei viventi, e del suo nome nessuno si ricorderà (Ger 11,19).OGiustino con l’immagine dell’agnello innocente prefigura la passione di Cristo che, liberando l’uomo da ogni forma di male, gli dà la possibilità di perpetuare nel sabato soteriologico il culto sacrale del settimo giorno, immagine terrena del sabato eterno.

Anche l’immagine della cordicella scarlatta prefigura, per Giustino, la nascita di questo nuovo tempo sabbatico: Rahab, tramite la cordicella scarlatta, dà libero accesso perché alcuni esploratori sfuggissero dalle mani dei nemici. In tale quadro Rahab diviene colei che continua l’alleanza con Dio, realizzando concretamente nei fatti la sacralità del culto sabbatico: ella, tramite la cordicella scarlatta, ha aiutato gli uomini a fuggire dal pericolo per salvarli.

Ma in Giustino l’immagine della cordicella scarlatta acquista un significato salvifico non solo in riferimento a Rahab ma anche agli esploratori: questi sono il simbolo di coloro che vengono rigenerati dal balsamo mitigante del sangue di Cristo, prefigurato dalla cordicella scarlatta. Questi, in virtù della remissione dei peccati operata dal sangue di Cristo e dal fermo proposito di non più peccare, divengono per Giustino, come Rahab, i protagonisti e i propagatori del nuovo tempo sabbatico:

il simbolo costituito dalla cordicella scarlatta era ugualmente simbolo del sangue di Cristo, grazie al quale quelli che erano nella prostituzione e nell’ingiustizia, di qualunque nazione, sono salvati ottenendo la remissione dei peccati e astenendosi dal peccare ancora”.

Giustino vuole farci capire che, come Rahab ha liberato gli esploratori dai nemici tramite la cordicella scarlatta, allo stesso modo il sangue di Cristo, prefigurato dalla cordicella scarlatta, libera i credenti da tutto ciò che può arrecare danno al corpo e allo spirito, in modo tale che i credenti, imitando Cristo, possano vivere già sulla terra nel sabato soteriologico la dimensione spirituale del sabato della creazione.

Giustino spiega a Trifone che i credenti possono perpetuare questo nuovo tempo di salvezza in virtù della croce di Cristo, tramite la quale Cristo nella sofferenza di croce ha accettato di riscattare tutte le maledizioni dell’umanità per compiere la volontà del Padre. La morte di croce per Giustino è indice della liberazione dal peccato, perché attraverso essa Cristo adempie la volontà del Padre divenendo egli stesso la manifestazione concreta e al tempo stesso esemplare del sabato protologico. In Lui si dispiega la forma perfetta del culto sabbatico perché Egli è tutto dedito nella mente e nel corpo a compiere la volontà del Padre.

mmGli ebrei per Giustino non hanno assaporato il nuovo tempo storico salvifico (sabato soteriologico) perché non hanno creduto in Cristo che rimette i peccati. La remissione dei peccati per Giustino diviene pertanto la condizione senza la quale non è possibile per il cristiano vivere sulla terra il nuovo tempo economico-salvifico (sabato soteriologico). Si potrebbe instaurare un parallelismo tra l’antica alleanza nella quale la salvezza era strettamente legata alla osservanza della legge, compresa quella del sabato e la nuova alleanza come afferma Negretti.

Giustino, però, non si ferma a mostrare a Trifone che l’evento della morte di Cristo è all’origine del nuovo tempo sabbatico, prefigurato nelle immagini anticotestamentarie, come abbiamo dianzi visto, ma aggiunge che questo evento di natura oggettiva è alla base della natura soggettiva di questo nuovo tempo sabbatico. Per Giustino l’evento oggettivo della morte di Cristo, che segna l’inizio del sabato soteriologico, non è agli antipodi della dimensione soggettiva dell’evento originante il nuovo culto sabbatico, anzi la fonda. Infatti Giustino, in 111,3 e meglio ancora in 40,1, mostra a Trifone che questo nuovo culto sabbatico viene costruito e realizzato nella storia dai credenti, cioé da coloro che ripongono fiducia in Cristo. Per riprendere le parole dell’apostolo Paolo, coloro che edificano questo nuovo tempo sacro a Dio sono coloro che sono stati consacrati dal sangue di Cristo e così imbalsamati dal suo sangue, attraverso l’azione del suo Spirito, divengono protagonisti e insieme propagatori di questo nuovo culto sabbatico.

MmA tal proposito Giustino infatti afferma che per mezzo del sangue di Cristo, coloro che credono in lui ungono se stessi:

Ordunque, il mistero dell’agnello, che Dio comandò di immolare come Pasqua, era figura di Cristo, col sangue del quale, secondo l’insegnamento della fede in lui, coloro che credono in lui ungono le loro case, cioè se stessi.

Giustino vuole mostrare a Trifone che la dimensione oggettiva del sabato soteriologico nella storia, ossia l’azione puntuale dell’origine di questo nuovo tempo sabbatico nella storia umana, inizia con l’evento fondante della passione e della morte di Cristo, mentre la dimensione soggettiva di questo nuovo tempo sabbatico è appannaggio esclusivo di coloro che si sono abbeverati da questa fonte pura che è il sangue di Cristo, attraverso l’azione dello Spirito, divenendo essi stessi dei sabati viventi. Coloro quindi che si sono consacrati a questa fonte di acqua viva sono i perpetuatori della dimensione oggettiva del culto sabbatico.

Pertanto in Giustino la continuità storica oggettiva del tempo sabbatico e la soggettività storica di questo nuovo tempo sabbatico non si giustappongono, ma si intersecano perché senza i credenti la dimensione oggettiva del culto sabbatico rimarrebbe vuota e senza senso, mentre questa si ripete, acquista senso e pienezza di significato con la fede dei credenti. I cristiani, resi simili a Cristo in virtù dell’azione risanatrice dello Spirito, vivono nella loro vita il nuovo tempo sabbatico (sabato soteriologico).

Essi così divengono delle pietre vive e al contempo angolari perché propagano nella storia questo nuovo tempo di salvezza, in quanto in loro si rispecchia in maniera analogica la vita stessa del Verbo, posto a fondamento del sabato soteriologico. In tal modo Giustino vuole farci comprendere che mediante il sangue di Cristo e mediante la santificazione operata dallo Spirito il cristiano, libero dal peccato, è pronto a offrire il culto a Dio vivendo nella dimensione storica e personale il sabato soteriologico.

Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, Berlin-New-York 1997, p. 137. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, Milano 1988, p. 173.

Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 261. Trad. di G. VISONÁ, Dialogo con Trifone, pp. 322-323.

GIUSTINO, Dialogo con Trifone 40,4. Ed. Crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 137. Però Giustino parla anche di un capro che veniva mandato nel deserto per espiare i peccati del popolo di Israele, episodio che riprende da Lev 16,10.21-22.

Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 194. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 244. Tale passo non è la citazione di Esdra 6,19-21 ma, come afferma Resch, si tratta di un’interpretazione tipologica sul testo di Esdra. Cfr. A. RESCH, Agrapha, Leipzig 1906, p. 305. Diversamente da Resch Norelli afferma che si tratta di un midrash su Es 12 e non su Esdra 6,19-21. Cfr. E. NORELLI, Due testimonia, pp. 231-282. Giustino non dice che si tratta di Esdra 6,19-21. Quest’ultimo è un racconto di celebrazione della Pasqua, mentre Giustino afferma che il suo testo proviene “dalle esegesi fatte da Esdra sulla legge della Pasqua”: comunicazione verbale del prof. E. NORELLI. Il passo di Esdra 6,19-21 può al massimo avere offerto a Giustino lo spunto per immaginare che Esdra avesse spiegato la legge sulla pasqua nel contesto di una celebrazione pasquale ispirata alla normativa di Es 12, a cui lo stesso Esdra si riferisce. Comunicazione verbale del prof. E. NORELLI. In tal senso Giustino controbatte in 72,1 a Trifone che i giudei hanno eliminato questa spiegazione attribuita a Esdra perché essa prefigurava il salvatore che per Giustino verrà umiliato sulla croce, designata mediante il termine “segno“: “(…) noi lo umilieremo in un segno e dopo di ciò spereremo in lui Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 194. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 244.

Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 194. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 245.

Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 194. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 245. In realtà non esiste alcun manoscritto biblico in cui manchi questo passo: comunicazione verbale del prof. E. NORELLI.

Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 194. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 323.

Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 261. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 324.

A. RAHLFS (ed.), Septuaginta. Id est Vetus Testamentum graece iuxta LXX interpretes, Stuttgart 1935, col. 357.

GIUSTINO, Dialogo con Trifone 40,3-4. Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 137. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, pp. 173-174.

R. CACITTI, Il grande sabato, pp. 11; 16-17.

GIUSTINO, Dialogo con Trifone 111,3. Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 261. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 324. Giustino adduce tale argomento come prova del fatto che i giudei non hanno voluto riconoscere che Cristo, mediante la sofferenza di croce, conduce alla salvezza sulla falsariga della figura dell’agnello innocente, condotto al sacrificio: (Dialogo con Trifone 72,3). Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, pp. 194-195.

Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 194. In tal senso Giustino controbatte in 72,1 a Trifone che i giudei hanno eliminato questa spiegazione attribuita a Esdra perché essa prefigurava il salvatore che per Giustino verrà umiliato sulla croce, designata mediante il termine “segno“: “(…) noi lo umilieremo in un segno e dopo di ciò spereremo in lui Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 194. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 244.

Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 194. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 245. Giustino stesso in 72,3 afferma che tale passo ricorre: “tuttora in alcuni esemplari conservati dai giudei nelle loro sinagoghe (è infatti da poco tempo che hanno effettuato questa mutilazione)”. Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 194. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 245. In realtà non esiste alcun manoscritto biblico in cui manchi questo passo: comunicazione verbale del prof. E. NORELLI.

Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 261. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, pp. 323-324.

GIUSTINO, Dialogo con Trifone 89,2. 95,2: Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, pp. 224-225; 234. Giustino aveva già affermato in 67,6 che la morte in croce di Cristo è finalizzata a dispiegare l’economia del Padre, tesa alla realizzazione del culto sabbatico nella storia umana: Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, pp. 185-186.

Giustino obietta a Trifone che i giudei, non avendo riconosciuto la profezia di Isaia sulla figura del servo sofferente che si realizza in Cristo, non si sono pentiti dei loro peccati e conseguentemente non ne hanno ottenuto la remissione: (Dialogo 95,3). Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, pp. 234. Giustino scaglia una feroce accusa contro i giudei denunciando la falsa idea che Trifone aveva di Cristo crocifisso, concepito come un nemico di Dio e maledetto; concezione frutto della sua malvagità e follia: Dialogo con Trifone 93,4. Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 232.

N. NEGRETTI, Il settimo giorno. Indagine critico-teologica delle tradizioni presacerdotali e sacerdotali circa il sabato biblico, Roma 1973, p. 304: in Cristo si è realizzata la definitiva abitazione di Dio in mezzo agli uomini, si è quindi compiuta la realtà dell’alleanza. In Lui trovano compimento anche tutte le istituzioni dell’alleanza, compreso il sabato (Col 2,16.17) (…). Il rapporto tra sabato e alleanza è pertanto già presente nella persona di Cristo. Inoltre in Cristo si realizzano i due momenti essenziali dell’atteggiamento festivo: il riposo e il culto. Essi trovano nel Cristo il loro rapporto inscindibile e necessario”. Per la tematica cfr. R. CANTALAMESSA, La Pasqua della nostra salvezza, p. 74ss.

Cfr. Rm 3,23-27 e 1Pt 18-20.

Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 136. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 172. Giustino afferma che la maledizione della legge contro gli uomini crocifissi non vige più contro il Cristo perché con la sua crocifissione Cristo ha sconfitto tale maledizione: (Dialogo con Trifone 94,5). Ed. crit. M. MARCOVICH, Iustini Martyris Dialogus, p. 233.

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